Nell’immaginario comune si tende a pensare soltanto al monaco buddhista. Ma in realtà questa filosofia è anche delle donne: lo scopriamo nelle parole di Lama Wangmo, monaca buddhista che ha fatto suoi e professa i valori di questa fede.

Lama Wangmo crede in un preciso modo per rendere il mondo un posto migliore: coltivando l’amore e la compassione in ognuno di noi. “Non rispondere all’odio con l’odio, al dolore con il dolore” è uno dei tanti insegnamenti che ha donato durante la Seconda Edizione Digitale de “La Voce delle Donne dalla Terra al Cielo”, che puoi guardare cliccando qui.

In questo articolo, invece, troverai un riassunto dell’intervento di “Donne e spiritualità: l’esperienza e l’esempio di Lama Wangmo”.

La figura e la condizione femminile nella filosofia buddhista

Per parlare di spiritualità” spiega Lama Wangmo, “bisogna tornare indietro al tempo della vita del Buddha 2600 anni fa.”

 Il Buddha è conosciuto per aver ottenuto la perfetta e completa illuminazione, ossia la liberazione da tutta la sofferenza e dalle cause di essa. Una volta raggiunta l’illuminazione il Buddha non si è definito come un “Dio”, ma ha continuato ad affermare e dire che “tutti/e abbiamo lo stesso potenziale per poter raggiungere la completa liberazione dalla sofferenza e dalle sue cause”.

È stato rivoluzionario al suo tempo, perché ha rifiutato di seguire l’uso comune della società divisa in caste, predicando ed insegnando a tutti gli esseri viventi: dai Re ai mendicanti, dalle donne agli uomini.

Ha anche insegnato che entrambi, uomini e donne, hanno la possibilità di raggiungere l’illuminazione allo stesso modo.

Ha definito che i 4 gruppi dei suoi discepoli sarebbero diventati 4 pilastri della continuazione del suo insegnamento. Un altro aspetto rivoluzionario: definire che questi 4 gruppi, 4 tipologie di persone diverse, avevano la stessa identica potenzialità. Non solo uomini e ordinati monastici, ma sia uomini che donne, sia monastici che laici.

La prima donna ordinata monastica è stata la sua matrigna: Mahāprajāpatī Gautamī. È stata ordinata insieme a tantissime altre monache, tra cui la moglie di Buddha durante la sua vita “ordinaria”.

Già al tempo del Buddha Shakyamuni c’erano centinaia di migliaia di donne ordinate monache e praticanti. Da lì ci sono state tantissime figure femminili ad essere illuminate, specialmente nella tradizione tantrica.

Nella tradizione buddhista il principio femminile è considerato sacro e il femminile è l’incarnazione della saggezza. Ci sono state tantissime donne famose, praticanti e illuminate e altrettante non conosciute.

Ovviamente anche in Tibet e nella tradizione buddhista le condizioni erano e sono spesso difficili per le donne, così come nelle altre culture. “Ma per certi versi” dice Lama Wangmo “proprio perché gli aspetti politici, organizzativi, di gestione, l’apice delle caste monastiche erano cose relegate agli uomini, molte donne praticanti si sono potute dedicare completamente alla pratica, spesso arrivando ad altissimi livelli di realizzazione”.

Anche nella cultura tibetana la condizione delle praticanti donne sta cambiando moltissimo, soprattutto nelle ultime decadi.

“I nostri maestri si stanno impegnando molto per questo. Ho trascorso gli ultimi 20 anni in un monastero nel Nord Ovest dell’India, dove ho visto moltissimi cambiamenti. Le monache hanno a tutti i livelli le stesse opportunità dei monaci” racconta Lama Wangmo.

Afferma che in questi anni nella cultura tibetana ha visto della discriminazione nella società tra uomini e donne. “Invece non ho mai captato” dice “alcuna forma di discriminazione nella vita spirituale”.

Alle praticanti vengono date esattamente le stesse trasmissioni, gli stessi insegnamenti, le stesse istruzioni di pratica e le stesse iniziazioni dei praticanti. Non c’è assolutamente alcuna differenza in questo, gli strumenti sono gli stessi. Dipende da ogni singola persona mettere in pratica quello che riceve.

“Nella mia esperienza” dice “ho sempre pensato che questa sia la cosa più importante. Molto più che venir coinvolte nelle cariche più alte. L’importante è che gli insegnamenti vengano ricevuti allo stesso modo, da tutti/e. Non è che se ci si siede davanti, o su una sedia un po’ più alta, si riceve più benedizione.

Lama Wangmo spiega questo perché “è vero che le disuguaglianze, le discriminazioni e le ingiustizie vanno assolutamente eliminate e corrette” dice “ma è anche vero che come praticanti bisogna capire qual è il miglior modo affinché questo avvenga”.

Tutte/i noi abbiamo entrambi gli aspetti: femminile e maschile

“Inoltre è bene sapere che in realtà non c’è alcuna differenza tra uomo e donna” continua “anche ad un livello relativo, è vero che il nostro corpo può essere femminile o maschile, ma la mente non ha nessun genere.”

Già pensando al concetto di reincarnazione del buddhismo, infatti, nelle innumerevoli vite che abbiamo vissuto saremmo già stati/e sia femmine che maschi. Quindi il discorso del genere in questa prospettiva è molto relativo.

Lama Wangmo spiega che tutte/i noi abbiamo entrambi gli aspetti: femminile e maschile.

È necessario trovare un equilibrio tra questi due principi. È poi vero che ci sono delle qualità che vanno alimentate, coltivate, in modo da rendere questo mondo un posto migliore: più gentile, più compassionevole.

Come spiegato in precedenza, il principio femminile è considerato sacro nella tradizione tibetana e il femminile è l’incarnazione della saggezza. “In un certo senso la chiarezza mentale e la saggezza sono in qualche modo più accessibili dall’aspetto femminile” spiega Lama Wangmo, insieme al principio “materno”, la compassione, il senso di cura, l’affezione e l’amore.

Dalai Lama ha detto in varie occasioni che “le donne saranno le leader del futuro” e che “se a guidarci fossero le donne il mondo sarebbe più compassionevole e ricco d’amore”.

Abbiamo il dovere e l’impegno di portare in questo mondo più compassione, più gentilezza e più amore.

Ma oltre questo obiettivo, che mira a diminuire le ingiustizie del mondo, ancora più importante è il modo in cui questo viene fatto. La modalità più solida e duratura è entrare in contatto con il nostro amore e la nostra compassione, alimentarlo e praticarlo in noi stesse/i.

Praticarle e svilupparle fino a diventare l’incarnazione di queste qualità, in modo da poter influenzare chi è intorno a noi, poterlo espandere. Così chi è intorno a noi, a sua volta, influenzerà altri/e. E questo via via in un’onda che si espande sempre di più, in modo da rendere il mondo migliore insieme, sia uomini che donne.

Cercare di farlo in qualsiasi altro modo, attraverso l’aggressione, la violenza o l’odio, è come cercare di spegnere il fuoco buttandoci sopra della benzina. Non farà altro che incrementare le resistenze e gli ostacoli, invece di rendere le cose migliori, le renderà peggiori.

L’associazione di Lama Wangmo: Palpung Marpa Study Group

“Il Palpung Marpa Study Group è un’associazione culturale laica ed apolitica, senza fini di lucro, che si dedica alla pratica ed allo studio del Dharma

Il termine Dharma può avere molteplici significati, ma in questo contesto sta ad indicare qualsiasi mezzo o metodo possa portare l’essere umano alla completa liberazione ed alla piena realizzazione delle proprie potenzialità, al fine di poter essere di beneficio per sé stesso e per tutti gli esseri senzienti.

L’associazione nasce nel ritrovarsi spontaneo ed informale di un gruppo di persone accomunate dalla convinzione che per divenire esseri umani degni di questo nome sia necessario intraprendere un cammino di conoscenza di noi stessi e della realtà nella quale siamo immersi.

Anno dopo anno, le esperienze vissute insieme hanno consolidato in noi l’idea che intraprendere questo cammino assieme ad altri compagni di viaggio rende il percorso più agevole ed anche più bello.

Il gruppo originale ha trovato una guida e grande beneficio negli insegnamenti, nelle tecniche e nei metodi di pratica tipici del Buddhismo Vajrayana e della Scuola Karma Kagyü guidata dal XVII° Karmapa Orgyen Trinley Dorje in particolare.

Il riferimento a Marpa, nel nome dell’associazione, è in onore del grande maestro tibetano Marpa Chökyi Lodrö Lotsawa che ha avuto l’enorme merito di tradurre, non solo nella lettera ma anche nella realizzazione, il corpus di insegnamenti e di pratiche del lignaggio.

Lignaggio che trae le sue origini dagli 84 Mahasidda indiani ed in particolare da Tilopa e Naropa. La tradizione Tibetana vuole che l’attività illuminata di Marpa, detto appunto il traduttore (Lotsawa), sia portata avanti, oggi, da Tai Situ Rinpoche, uno dei più grandi maestri tibetani contemporanei che è anche il “nume tutelare” dell’associazione.

La consapevolezza dell’utilità che le tecniche e gli insegnamenti del lignaggio Karma Kagyu possono avere per gli esseri umani alla ricerca di un percorso di liberazione, ci hanno portato ad organizzare eventi nei quali Maestri ed istruttori qualificati potessero condividere le loro conoscenze e le loro realizzazioni. E’ per meglio supportare queste attività di divulgazione che abbiamo deciso di darci anche una veste legale, attraverso la costituzione di un’associazione formale. Nonostante ciò la nostra ferma volontà è quella di mantenere lo spirito originale del gruppo che è il ritrovarsi insieme in amicizia come veri compagni di viaggio.”

Queste sono alcune delle parole di Lama Wangmo, trovi tutto il suo bellissimo discorso nella registrazione della Seconda Edizione Digitale de “La Voce delle Donne dalla Terra al Cielo”, che puoi guardare su Youtube cliccando qui.

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Questi sono i titoli dei suoi interventi per la 3a Edizione:

Tara: il Femminile Divino – Sabato 11 settembre

Unione di Compassione e Saggezza – Domenica 12 settembre

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